Blog indipendente di critica sugli artifizi semantici del regime. Fino a che significherà qualcosa, l’autore invoca la protezione dell’art. 21 della Costituzione Italiana.

Una forma speciale di orgoglio

Quella volta che NON mi sono unito alla Brigata Giuseppe De Donno e NON ho fondato il Gruppo di Azione Patriottica Violet Gibson ma è come se lo avessi fatto.

1 febbraio 2022

Abbandonai la resistenza intellettuale che stavo esprimendo attraverso il blog “Vi sto cercando, ma voi trovatemi” perché davvero pensavo la misura fosse colma, e non solo per me, per tutti gli italiani, e sul serio rimanesse solo la guerra civile, o di liberazione, e diamine mi sarei fatto trovare pronto. Questo accadeva l’8 aprile del 2021, cioè 10 mesi fa.
Questo significa almeno due cose: una che sicuramente mi ero sbagliato, e parecchio, nel valutare la sete di giustizia e di libertà dei miei connazionali e, due, che tutto quello che avevo studiato a scuola, letto sui libri o visto al cinema, sugli esordi di una rivoluzione, fosse sì ispirato a una storia vera ma molto, molto più romanzato, immagino per esigenze di intrattenimento.

10 mesi dopo, appunto, privato della mia salita sui monti e della mia clandestinità eroica, sono qui a chiedermi se non ho fondato la Brigata De Donno, o il Gruppo Azione Patriottica Violet Gibson, perché i tempi non erano, e non sono, maturi, o perché non arriveranno mai. 
Daniele, mi dico, i tempi erano troppo differenti, le situazioni pure, non è così semplice tracciare un parallelismo: quella volta c’era una guerra mondiale e questa invece c’è una pandemia mondiale. Quella volta i patrioti poterono salire sui monti per organizzarsi in clandestinità nonostante la drammatica mancanza di risorse, mezzi e informazioni, a te se tolgono la connessione o il telefono sei più smarrito e inutile di un lemming. Quella volta entrambe le fazioni si affrontavano cruentemente per prevalere una sull’altra, non c’erano forme di vittoria o sconfitta diverse dall’uccidere o essere uccisi. Questa volta ti dicono che se usi la violenza in realtà stai perdendo tu e che quando ti manganellano, ti discriminano e ti affamano sei bravo se subisci perché “abbiamo già vinto” ed è evidente che sono disperati. Quella volta c’era un esercito occupante, una milizia malvagia e perfino un esercito liberatore che risaliva la penisola. Questa volta il nemico è interiorizzato, non c’è un’ideologia da osteggiare, una nazione da difendere da un’aggressione, vittime ascrivibili a un colpevole, a un nemico. 

C’è questa minaccia indistinta ma tanto più concreta quanto più ci predisponiamo smodatamente ad affrontarla. La sindrome del Deserto dei Tartari, la chiamo.

E continuo a fornirmi argomentazioni e punti di vista: a pensarci bene quella volta durò vent’anni, e comunque fino al 25 aprile c’erano 45 milioni di fascisti e la mattina del 26 ce n’erano 45 di partigiani antifascisti, ma non eravamo diventati 90 milioni nella notte (questa è di Churchill comunque, non mia). Allora era un altro tipo di guerra, i tempi sono cambiati, forse questa non è nemmeno una guerra, bensì solo l’involucro d’emergenza che ricopre una crisi di altra natura, ed è ridicolo da parte tua parlare di dittatura quando il potere è stato ottenuto e gestito in accordo a regole costituzionali che miravano espressamente a scongiurare un regime dittatoriale. Siamo in democrazia quindi, prova ne sia che stai scrivendo che secondo te è una democrazia dittatoriale, o una dittatura democratica, ma se lo fosse davvero non saresti dietro a una tastiera. Insomma piantala di rompere i coglioni. L’approccio per analogie storiche, basato sull’assunto che la storia si ripete e che non impariamo un cazzo da essa, si stava rivelando inutile, almeno per me.

E quindi cambiai prospettiva sull’argomento, continuando a sperare di avere la mia guerra civile. Scelsi una prospettiva più pragmatica, più socio-antropologica, figurandomi come un italiano medio, quella figura mitologica già descritta da Pasolini per bocca di Orson Welles.
Ed ebbe inizio così un’altra sequela di scintille mancate e di cocenti delusioni per me.
Gli italiani non si ribellarono quando scoprirono che il governo aveva mentito.
Non si ribellarono quando arrivarono a minacciare i loro bambini.
Non si ribellarono quando giunsero gli obblighi vaccinali per alcune categorie.
Non si ribellarono quando istituirono il green pass.
Non si ribellarono quando tolsero loro il lavoro e il sostentamento e altri diritti come l’istruzione.
Non si ribellarono quando scoprirono di essere stati raggirati, violati nel loro stesso corpo e venduti come ricettacoli di carne per i prodotti e i profitti delle grandi multinazionali del farmaco.
Io non demordevo, perché poteva essere ancora la paura dell’ignoto a tenerli soggiogati, ma avevano fatto male i conti perché ora tutti avrebbero potuto entrare in contatto con il nemico in prima persona, corpo a corpo con il letale coviddi, e tutte le fandonie sarebbero crollate, non poteva essere altrimenti, voglio dire avrebbero dovuto credere ai loro stessi occhi, no?

E invece.
Invece tutti hanno potuto esperire il virus e gli aspetti sociali di esso. Per mesi, gente sana ha cercato di ammalarsi per poter lavorare e gente altrettanto sana ha perso settimane di lavoro perché qualcuno a una cena, o in ufficio, o a scuola del figlio, aveva fatto un tampone positivo.
Avevo vinto: chiunque, anche l’uomo medio di PPP, fosse risultato positivo o vivesse con un positivo, e nonostante questo avesse constatato di essere in salute, avrebbe realizzato che si trattava di un’influenza e non avrebbe potuto più razionalmente avere paura.

E invece. 
E invece conosco personalmente famiglie intere di persone in perfetta salute che si sono recluse per 20 giorni in casa, pagando centinaia di euro i tamponi stessi che imponevano loro di stare in casa. E queste persone, dopo averci sbattuto il naso, la testa e perfino i maroni, una volta finita la “quarantena”, si sono reinserite nella routine psicotica senza alcuno sforzo: plaudono gli esercenti che chiedono il green pass, inorridiscono al conteggio dei positivi del telegiornale (senza comprendere che per venti giorni hanno fatto parte di quel numero e dovrebbero sapere cosa significhi), invocano restrizioni selettive, multe e obblighi per coloro che non hanno fatto ancora la dose di dovere.

Quindi no, non spero più nella rivoluzione, né agogno di difendere il mio paese da questi criminali, nell’occasione storica per la mia generazione. Di cui però sono grato. La mia parte l’ho fatta sul piano personale, ponendo un netto rifiuto a tutto, disobbedendo a tutto, provando ogni tipo di resistenza, dalle manifestazioni alla violenza, dal sabotaggio alla contro-propaganda, dalla disobbedienza civile a quella incivile. Queste stesse righe servono solo a me, un po’ per far ridere i miei amici, quelli nuovi e quelli rimasti, o magari raggiungere qualcuno nella mia stessa frustrante posizione, e un po’ per placarmi la coscienza e illudermi di stare continuando a fare la mia parte. Non me ne darà mai merito nessuno? Sticazzi. Sono perfino ateo e non posso nemmeno aspettarmi una giustizia ultraterrena. Mi è evidente che è tutto inutile, e lo sarà sempre. Però io lo saprò, saprò di essere stato inutile, e inefficace, e in definitiva sconfitto, dal sistema e dai suoi complici.
È una forma di orgoglio speciale, in grado di trascendere il Tempo e il tempo, la Storia e la mia storia, e che apre le porte del vero paradiso, del significato dell’essere umano.

È il primo febbraio 2022, sono in Italia mentre scrivo e pubblico online questo testo. Dal piano di sotto sento una tv accesa sul Festival di Sanremo.
È tutto.

All contents created by Daniele Prati and licensed under Creative Commons CC BY 4.0.

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