Blog indipendente di critica sugli artifizi semantici del regime. Fino a che significherà qualcosa, l’autore invoca la protezione dell’art. 21 della Costituzione Italiana.

La sedia quando la musica finisce

Dice che i diritti sono immaginari, i confini sono invisibili, il denaro non è quello che sembra e perfino sul tempo c’è più di qualche dubbio. Un’autorità sta cercando di esercitare se stessa su di noi e quando non può farlo direttamente fa finta di essere una necessità o un’esigenza o una legge o una tradizione e a volte perfino la natura stessa dell’umanità.

10 dicembre 2023

Se pensate di avere dei diritti forse dovreste fare un passo indietro e guardare meglio. Prendiamo il diritto allo sciopero: se avete il diritto allo sciopero perché un ministro può precettare uno sciopero generale (con la motivazione che arreca un disagio, grazie al cazzo)? Se avete il diritto ad assembrarvi e organizzarvi perché per una manifestazione dovete chiedere il permesso al questore oppure rassegnarvi a essere dispersi a manganellate? Se avete il diritto di pensiero ed espressione perché vi bannano dai social media? Se avete diritto al lavoro perché senza i certificati vari – e trascuriamo quelli sanitari di recente regime e memoria – non potete lavorare?

Quando si parla di diritti mi viene sempre in mente il gioco della sedia che facevamo da ragazzini: quello in cui si cammina intorno a delle sedie e quando la musica si ferma ognuno deve sedersi, se può, su una sedia…

Un diritto è come la sedia mancante che qualcuno ha tolto dalla disponibilità dei giocatori creando un vuoto che genera ansia e isteria. Il trucco è questo: dove c’è una possibilità per tutti, afferrabile con un atto che implica un’assunzione di responsabilità, qualcuno sottrae in modo arbitrario quella possibilità, privandone tutti, e si giustifica dicendo che “queste sono le regole del gioco”.
E questo qualcuno non solo si aspetta che voi accettiate la sua arroganza, ma anche che lo ringraziate perché, in fondo, vi solleva dalle responsabilità che avreste dovuto assumervi come conseguenza delle vostre azioni: e così il vostro “diritto a sedervi su una sedia che non c’è più” è tutto quelle che vi rimane, oltre all’ansia di rivendicare un’altra sedia più velocemente degli altri concorrenti.

I diritti sono una vuota espressione linguistica come l’Italia ne era una geografica secondo Metternich. Il diritto allo sciopero è il contentino per non farvi notare l’assenza del diritto al lavoro, il diritto a manifestare occupa il posto della protesta attiva, il diritto al libero pensiero ed espressione sta dove non c’è più il pensiero critico e il dissenso. Il diritto a un processo e alla presunzione di innocenza sono il fumo degli occhi per chi non deve vedere la giustizia.

Il diritto all’autodeterminazione, alla sovranità monetaria, alla pratica religiosa, tutti i diritti nelle nostre care costituzioni occidentali, che costituiscono la spina dorsale delle nostre società democratiche, sono una cortina retorica volutamente complessa e confusionaria atta a nascondere il furto di quella sedia e della possibilità di appropriarvene. Quella sedia era la libertà.
Ce l’hanno tolta per farci partecipare a uno stupido gioco in cui un nostro amico finisce con il culo per terra.

NASCITA DI UNA NAZIONE

Ma se i diritti non esistono, se sono costruzioni narrative, di fatto finzioni nella loro stessa sostanza, e servono a nascondere il furto della libertà all’individuo, allora è lecito supporre che il narratore proprietario di questa retorica sia il soggetto che si è appropriato della libertà sottratta. È plausibile che colui a cui abbiamo ceduto, forse con troppa leggerezza, le responsabilità connesse alla nostra libertà sia lo stesso soggetto che ora ci rifila questa truffa dei diritti. E qual è il suo movente? C’è sempre un movente…

Perché in questa partita di Cluedo per imbecilli lo Stato – l’assassino – ci rifila diritti ricoperti di zucchero e incartati con l’oro? Perché ci “dona” dei diritti per assicurarci di essere liberi? Lo fa perché ha a cuore la nostra libertà? Temo di no.
Il movente sta nel fatto che se lo Stato riesce ad arrogarsi con la nostra benedizione la gestione di responsabilità fondamentali come la libertà, la giustizia e la vita stessa di ognuno di noi, può fondare la sua autorità sulle stesse vittime.
È un piano diabolico e un crimine perfetto.
L’idea di Stato è uno schema Ponzi in cui tu stesso perpetri l’inganno a danno dei tuoi pari e sottoposti perché sei confortato dalla sensazione di essere in un livello alto della piramide quando in realtà sei al piano terra a raccogliere le briciole sotto alla tavola in cui pensi di essere un commensale.

Quei “poveretti”, quella massa di servi incapaci di discernimento che abbiamo imparato a conoscere meglio durante la farsademia, sono il fondamento dell’autorità dello Stato. Lo Stato italiano è la vuota espressione dell’ignoranza del popolo italiano: è una questione meramente quantitativa, proprio come una piramide Ponzi: tutto si regge sullo strato più basso della piramide, lo strato dove ci sono quelli convinti di essere importanti perché anche se tutto è “sopra” comunque almeno ne fanno parte. 

Un gruppo storna intenzionalmente da se stesso una porzione di libertà e responsabilità perché incapace di gestirle e le delega a un soggetto terzo facendolo passare per un “sacrificio” doloroso ma necessario. Il garante di questa automutilazione diviene l’idea di Stato come è oggi: un contenitore immaginario di limiti e privazioni individuali che viene percepito come reale solo nella misura in cui lo strato originario di base di pavidi e ignari continua a crogiolarsi compiaciuto nell’inanità. 

UNA DERESPONSABILIZZAZIONE SENZA RIMPIANTI

Perché una stolida massa di base svuotata di responsabilità e iniziativa pare essere la forma sociale più congeniale per gli ordinamenti “democratici” dei paesi dell’Occidente? Perché la deresponsabilizzazione di massa è risultato essere il fattore decisivo per la realizzazione e il funzionamento dei paesi in cui viviamo?

La mia risposta, molto terra terra se volete, è che “responsabilità” e “iniziativa” implicano la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, in altre parole il libero arbitrio. Sono cioè qualità che formano la coscienza umana, intrinseche del concetto di umanità. E come sottende il detto popolare “ognuno risponde alla propria coscienza”, coltivare una dimensione etica individuale è una gran rottura. Io stesso vorrei poterne fare a meno, per dire.
Io stesso vorrei poter semplicemente ribattere “ci sono le regole e bisogna seguirle”, “la legge è questa”, “bisogna fare così perché fan tutti così”, invece di chiedermi ogni maledetta volta se quello che sto per fare sia giusto o sbagliato.

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All contents by Daniele Prati and licensed under Creative Commons CC BY 4.0.

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