Blog indipendente di critica sugli artifizi semantici del regime. Fino a che significherà qualcosa, l’autore invoca la protezione dell’art. 21 della Costituzione Italiana.

La lingua di Draghi

Nell’antica lingua, che solo i draghi conoscono, ogni cosa ha un nome autentico e conoscere il nome di qualcosa in lingua dei draghi significa avere il completo potere su di essa. Io non so se questo Draghi vi parli nell’antica lingua – sembra di sì – ma io che siete idioti ve lo dico in italiano.

5 febbraio 2022

Ora vi spiegherò in modo assolutamente saccente e frontale, in modo da indisporre subito voi e i vostri risibili egorgogli (neologismo gratis dato dalla crasi di ego e orgoglio per aumentare la distanza tra perle e porci, e magari renderla incolmabile) e non dovere più sprecare preziosa maieutica su di voi. 
Sì, vi sto dando degli idioti irrecuperabili, vi direi di farvene una ragione, ma se poteste farlo non sareste idioti ecc. Come vedete siamo in un cul de sac da cui possiamo solo uscire se uscite voi da questo post e blog, nel caso malaugurato ci siate arrivati per caso, sprecando quindi anche della preziosa serendipity, oltre alla maieutica.

Interruzione di paragrafo, ora dovremmo essere rimasti soli tra cervelli funzionanti e posso dirvi cosa intendo fare in questo post: riportare alcune parole ed espressioni nel recinto semantico da cui sono state fatte uscire con l’inganno e la propaganda.
Troppo tardi per chiudere il recinto? Può darsi.
La guardia più forte è posta al cancello del nulla? Può darsi.
Il ritorno del figliol prodigo? Può darsi, forse la pecora nera e il figliol prodigo erano la stessa cosa? Le sacre scritture mentono sul fatto di dire la verità? Forse è per questo che sono sacre? 

Ok, scusate, volevo essere sicuro di fare pulizia preventiva antropologica tra i lettori di questo post.

Perché davvero penso che il problema generale sia riconducibile al divario assolutamente cognitivo e assolutamente individuale tra quello che uno dice e quello che fa, perché davvero chi vi scrive pensa che se tutti assomigliassimo a quello a diciamo, fossimo quello che diciamo di essere, se usassimo il significato delle parole invece delle parole e basta, sostenendo il verbo con la “carne” della nostra esperienza e il succo della nostra conoscenza, be’ insomma, non saremmo a questo punto.

La prima parola che dobbiamo rispedire nel basso ventre dell’influencer da cui è uscita è sicuramente “resilienza“. Non serviva a un cazzo prima eppure l’abbiamo presa dai tatuaggi dei tronisti e messa nel nome di una manovra governativa da miliardi di euro. Capacità di una cosa di assorbire un urto o un trauma senza rompersi, questa è la definizione. Sapete cosa fa una cosa che non si spezza se sottoposta a violenza, si piega, se è una persona si piega e obbedisce, e una persona piegata che obbedisce è per analogia piegata ad un’angolazione di 90°. Quando vi comunicano con tronfiaggine l’attuazione del PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA vi stanno fondamentalmente piegando nella posizione atta a fornire la più soddisfacente resilienza.

Un altro abuso da correggere è quello a danno delle parole di area semantica sanitaria che sono state corrotte nel loro significato d’uso per poter diventare veicoli di significati deviati e perfino opposti.
È il caso di asintomatico. Chi non manifesta i sintomi di una malattia, perdio, non è un malato particolarmente fortunato, è una persona sana a cui una malattia specifica non riesce nemmeno a dare un sintomino, uno che sia uno. Non è un portatore sano, al massimo è un sano portatore. “Eh ha parlato il laureato in medicina, il dottore di facebook…”, so che state sentendo anche voi questa eco. Se per parlare di qualcosa di appartenente a una sfera semantica estranea si dovesse prima avere il titolo dell’esperienza, in questo Paese si parlerebbe solo di figa (o cazzo), pallone e scarpe. E forse è proprio quello che vorrebbero.

Oppure vaccino, ecco in due immagini che valgono 1000 parole di cui comunque non saprete mai il significato (sì, vi sto dando di nuovo degli idioti), lo slittamento di significato che ha subito il lemma in oggetto:

Questo è la differenza tra un vaccinato e un non vaccinato.
Anche questa è la differenza tra un vaccinato e un non vaccinato.

Un’altra parola che si è fatta un bel giro nel frullatore “idiotologico” (sì, altra perla) è negazionista: questa ha fatto un carpiato triplo o quadruplo ed è passata da designare qualcuno che nega 6.000.000 di morti ad opera dei nazisti a uno che esprime perplessità sul fatto che un virus con lo 0.4% di mortalità sia l’apocalisse. 

Invece capisco l’operazione compiuta sul termine novax, anche solo per la praticità di non dover ogni volta sciogliere la perifrasi “persona dotata di sufficienti capacità analitiche e cognitive per non introdurre acriticamente e supinamente nel proprio corpo un sostanza sperimentale dai contenuti secretati, gli effetti ignoti e l’efficacia dubbia perché lo ordina un politico.” Obiettivamente, lo ammetto, è più facile dire novax.

E poi c’è scienza: ne conosco perfino l’etimologia, viene da “sapere”, e da quel che sapevo indicava un insieme di conoscenze connesse e ordinate ottenute con rigoroso metodo di teoria, prova e verifica. Ora, da quel che vedo, scienza è il nome dell’attacco che devi urlare a squarciagola mentre per qualche ragione ti appresti a fare una cazzata senza senso e senza sapere cosa stai facendo. Basta che funzioni, immagino.

E ora che ci penso, da quando il fare sofismi è diventato lo sport nazionale? Fino a un paio di anni fa il massimo che riuscivate a fare, in questo senso, era il sempreverde “non sono razzista, ma…” e invece qualche tempo fa un covidiota con cui discutevo (un attimo di debolezza) di libertà universali e a cui posso aver detto (secondo attimo di debolezza) che la sua libertà finiva dove iniziava la mia e quindi la mia non era nella sua disponibilità, be’ lui mi ha risposto sagacemente che se io volevo la libertà di andare in giro da non inoculato, lui pretendeva la libertà di non essere contagiato.
La libertà di non essere contagiato.
Giuro.
Mi ha aperto un mondo di libertà che non sapevo di avere: la libertà di non tifare Inter, la libertà di non essere gay, la libertà di non essere fermato dai Testimoni di Geova o perfino di non essere investito da una macchina. Avrei dovuto fargli notare che chi eventualmente mi stirasse sull’asfalto non è che starebbe esercitando la libertà di non saper guidare o di non osservare il codice della strada. Ma lì per lì non seppi cosa dire. Avrei voluto vedere voi al mio posto.

Regole. Questa parola è ascesa in popolarità nazionale come i Maneskin, per altro suonando molto meglio. Prima della “pandemenza” le regole erano l’indistinto ed elastico contorno di qualsiasi comportamento che non arrecasse male a nessuno. Al massimo le si invocava per confermare l’eccezione o, proprio in casi estremi, le si tirava in ballo nella versione “non scritta” per trovare un accordo con qualcuno. Ora, “le regole ci sono e vanno rispettate” è l’espressione liquidatoria e autoconclusiva che chiunque ti scaglia addosso appena non proferisci l’unica parola che è attesa da te, come un copione. Non scritto.

Perché insistere tanto sull’aspetto linguistico della situazione e non sui più importanti risvolti economici, giuridici, politici, sociali? Intanto la faccio finita subito perché mi sono rotto i coglioni di scrivere e perché, a mio avviso, il contagio a tutti i settori della vita umana di questa psicosi collettiva è stato possibile proprio grazie all’opportunità di estendere e infettare aree semantiche stagne e compartimentate con la finta, complessa, vastità del problema. In questo modo, nella cortina di implicazioni artefatte ed emergenze correlate, è stato possibile nascondere la natura pretestuosa dell’operazione e raggiungere surrettiziamente i veri obiettivi nei settori di pertinenza.

Come l’ombra di una lucertola, che proiettata dal fuoco sulla parete della grotta può sembrare un drago.

Articolo veramente correlato a questo per oggetto e tematica è: Apocalisse o aporiademia, o forse aporialisse.

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