Blog indipendente di critica sugli artifizi semantici del regime. Fino a che significherà qualcosa, l’autore invoca la protezione dell’art. 21 della Costituzione Italiana.

La cultura della cancellazione della cultura non è cultura

Così come nel paradosso della tolleranza di Popper, non è tolleranza la tolleranza degli intolleranti. È di nuovo quell’ideologia di controllo che i più chiamano “buonismo” e che è una banalizzazione infantile di qualsiasi situazione complessa, atta a fornire alle masse una contrapposizione manichea in cui sia evidente la posizione del “bene” rispetto a quella del “male”. Alle masse è richiesto di fare il tifo per una posizione, non di prendere una posizione con l’informazione e l’analisi.

28 marzo 2022

Per lungo tempo sono stato vittima anch’io dell’ideologia, credo di esserne uscito senza strascichi ma non posso esserne sicuro. Sono cose che ti segnano. Ora però, forse perché sono un “risvegliato” disintossicato, colgo la quinta colonna della globalizzazione in maniera istantanea e prepotente. Non posso più guardare la tv, per esempio, mi risulta più disgustoso che infilare la testa in un tombino fognario. L’egemonia culturale di Gramsci, il mito tecnicizzato di Jesi, perfino lo scontro di civiltà di Huntington, sono alcuni dei tentativi falliti di salvarmi che in tutti questi anni mi sono rimasti non digeriti sullo stomaco, e ora nell’attuale frangente karmico  mi risalgono l’esofago e provocano la nausea di me stesso. 
La cosa divertente è come sia avvenuta la mia folgorante epifania personale, come sono tornato Saul dopo essere stato Paolo, sulla strada per Gerusalemme. Lo scatto decisivo è avvenuto ripensando a un film di qualche anno fa.

Sui social e con qualche amico cinefilo sorse un dibattito in cui una delle posizioni, che all’epoca trovai ridicola, consisteva nel criticare il meccanismo di ribaltamento e di cancel culture all’opera nel film e invisibile ai più, me compreso, perché nascosto sapientemente dietro al messaggio antirazzista che indora il film come una supposta rossa. La critica avanzata da questo mio amico profetico, riassumo brutalmente, indicava che è facile produrre un messaggio buonista di condanna del razzismo trasformando un personaggio nero in bianco e uno bianco in nero e poi mettendo in scena la più stereotipata e banale dinamica di discriminazione.
“L’importante è che passi il messaggio di condanna al razzismo”, rispondevo, e ora me ne vergogno molto dato che suona come una delle frasi da covidiota che ho sentito in questi ultimi due anni.

Ora vedo che il nero che fa la vita del bianco è un arrogante snob, pavido e conformista, che si rifugia nella performance artistica per trovare la propria identità e il bianco che fa il nero è un violento, rozzo e ignorante, che viene “educato” alla compostezza e alla dignità dal nero che fa il bianco. Il messaggio latente, ora lo distinguo chiaramente, è uno di remissività, di passiva attesa e fiducia incondizionata nel processo di uguaglianza in atto nella società ad opera di quelle élite che la governano, utilizzando questo “buonismo paradossale”. Il bianco che fa il nero, mentre in superficie ma solo lì viene raccontata un’altra bella amicizia, è un violento emarginato che “impara” a non utilizzare la violenza per rivendicare i propri diritti e il nero che fa il bianco capisce che la sua identità è legata proprio al colore della sua pelle: la sua scena cardine è anche nel trailer ed è quella in cui si domanda chi è, visto che non è né abbastanza nero né abbastanza bianco. Preciso come un orologio morale svizzero. Nel film, di nuovo il buonismo all’opera, al nero in crisi di identità viene offerta come ricompensa la cittadinanza artistica al mondo della musica e il bianco riceve l’attestazione di un’evoluzione personale in una persona migliore perché si è fatto un amico nero. Se mi sono spiegato, ora dovreste provare un conato di vomito.

Lo vedete il dispositivo della cancel culture all'opera?

Una volta riconosciuto e aver ammesso di esserne stati vittima in passato, il dispositivo della cancel culture è facilmente individuabile appena sotto lo strato di ipocrisia che lo ricopre: agisce come un ribaltamento sofistico e una fallacia logica ad hoc e riesce a dissimulare un rovesciamento di significato grazie a una semplificazione di facciata propinata con insistenza apodittica. Un altro esempio qui sopra, dalla pagina social del New Yorker. A destra la vignetta che ho commentato con l’immagine di sinistra. Inutile dire che sono stato ricoperto di insulti e accuse da tutto il mondo.

Se ha funzionato per me magari funzionerà anche per voi. Guardate lo screenshot da Netflix qui sopra: la sinossi, le indicazioni di generi e di caratteristiche. Lo sentite l’ingranaggio del condizionamento che macina i vostri neuroni? Avvertite l’indebolimento della volontà analitica e la dolce ignavia critica che vi viene offerta?
Se sì, siete già risvegliati e fuori dalla globalizzazione.
Se no, potete derubricarmi un’altra volta a complottista o segaiolo mentale, fate voi.
A me preme solo farvi notare che l’algoritmo di Netflix indica la mia sudditanza cognitiva al 98%, e se ho potuto risvegliarmi da un 98% io, potete farlo anche voi.

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