Riflessioni e considerazioni intorno al linguaggio e alla comunicazione e all’uso piò o meno corretto che se fa nella società.

La sedia quando la musica finisce

I diritti sono una vuota espressione linguistica come l’Italia ne era una geografica secondo Metternich. Il diritto allo sciopero è il contentino per non farvi notare l’assenza del diritto al lavoro, il diritto a manifestare occupa il posto della protesta attiva, il diritto al libero pensiero ed espressione sta dove non c’è più il pensiero critico e il dissenso. Il diritto a un processo e alla presunzione di innocenza sono il fumo degli occhi per chi non deve vedere la giustizia.

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Siamo le menzogne a cui crediamo

Una gigantesca cortina di menzogne atta a oscurare, mistificare, ingannare, intimorire e distrarre le persone e ad alimentare in loro l’illusione di stare vivendo in piena consapevolezza e libertà mentre, in verità e realtà, stanno solo eseguendo una vita che è un programma scritto da altri. Questo è stato il modo migliore per portare gli uomini a fare le cose che fanno senza sapere cosa stiano facendo. Se davvero vi fermaste a riflettere su una qualsiasi delle azioni, anche banali, che compiete ogni giorno scoprireste che non c’è nessun, NESSUN movente logico o razionale che la renda comprensibile, figuriamoci doverosa!

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Fino al cuore di tenebra dell’ideologia “woke”

L’intento della woke parrebbe creare barocche istanze sociali ancorandole a minoranze e diritti talmente di nicchia da dover contestualmente anche creare una coscienza comunitaria interna e poi sfruttare le rivendicazioni della minoranza appena creata per raccogliere consenso e, posso immaginare, dirottare l’attenzione pubblica da altri temi. A me che sono semiotico questo modo di fare ricorda un’altra cosa: il mito. La funzione del mito – e anche la religione è mitologia, vale la pena ricordarlo – è quella di creare una narrazione “sopra” una verità fattuale o storica che svolga una funzione legittimante ex ante a vantaggio di un gruppo o di un’autorità nel presente. Più semplicemente, ci si procura una giustificazione per le proprie azioni facendola derivare da un menzogna su un passato abbastanza passato da non essere verificabile.

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La verità è un caffè sospeso

Questa gente vive nel merdaverso. E siccome il loro merdaverso è più grande del mio piccolo giardino segreto di dubbio e critica, il metaverso è la realtà e io un disagiato. Il problema è che la gente vota dal merdaverso, produce nel merdaverso, cresce i propri figli nel merdaverso e alle nuove generazioni insegna a vivere nel merdaverso, e il merdaverso diventa sempre più reale perché la sua espansione è a macchia d’olio, al contrario della verità che invece si rinviene tramite costosa e pericolosa esplorazione.

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La quinta colonna del neoliberismo o come colonizzare la verità

Come districarsi nella pervasiva e onnipresente finzione di verità attraverso gli strumenti del pensiero critico, dell’esercizio del dubbio, del quadrato di veridizione e infine del potente e infallibile test WONKA. Parto dal punto più fermo: la verità esiste. Ma esiste solo per chi la vuole. E chi la vuole la cerca. E chi la cerca si accolla la fatica della ricerca. E la fatica, specialmente senza ritorno pratico, non piace a nessuno, è sprecata.

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Apocalisse o aporiademia, o forse aporialisse

C’è sempre stato, fin dal primo momento e almeno per me, qualche ingombrante elemento di mistificazione che ha allertato il mio spirito critico e stimolatomi a un approccio logico e razionale alla narrazione. Intendo dire che non sono molti gli italiani che quando Conte andò in tv ad annunciare il colpo di Stato si insospettirono per l’utilizzo di una frivola pratica social, l’hashtag #restateacasa, come strategia salvifica contro la fine del mondo. Non pretendevamo la grandeur di due shuttle nominati “Indipendenza” e “Libertà“, con un equipaggio di granatieri astronauti, ma nemmeno la pochezza di un video monetizzabile e un paio di link di affiliazione con Big Pharma e il Quarto Reich europeo.

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